Pubblicato: 15 ore fa

Perché qualificarsi in Champions League è diventato vitale per i club europei

La Champions League, oggi, è l’ago della bilancia del calcio europeo. Prima ancora che sportivo, il massimo torneo UEFA è oggi soprattutto il principale volano economico dei club. Lo dimostra l’aumento esponenziale dei premi UEFA degli ultimi anni, che nell’ultima stagione hanno toccato la cifra record di 3,3 miliardi tra Champions, Europa, Conferenza e Super Cup, con quasi 2,5 miliardi solo per l’ex Coppa dei Campioni. In questo scenario, l’obiettivo principale dei club europei è ormai qualificarsi a beneficio non tanto del proprio prestigio quanto del proprio bilancio. Solo la qualificazione, infatti, vale decine di milioni di euro, a cui si aggiungono bonus di performance e “value pillar”. Questo sistema, tuttavia, rende i grandi club europei dipendenti dalla partecipazione continuativa in Europa e, soprattutto, contribuisce ad allargare sempre di più il divario con chi resta fuori.

Quanto vale davvero la qualificazione alla Champions League

La qualificazione alla Champions League non è un mero risultato sportivo, ma anche e soprattutto un successo economico. Accedere alla Champions, infatti, significa entrare a far parte di un ecosistema economico completamente diverso da quello delle altre competizioni, nazionali ed europee, con benefici specifici. Il ciclo UEFA 2024-2027 e il format a 36 squadre inaugurato nella stagione 2024/25 hanno confermato questa dinamica, come dimostra il sensibile aumento della distribuzione dei premi e dei ricavi tra i club. Secondo i dati di Football Benchmark, infatti, in soli 9 anni, ovvero dalla stagione 2016/17 alla stagione 2024/25, i premi UEFA destinati a Champions League, Europa League e Conference League (quest’ultima introdotta nel 2021) sono passati da 1,8 miliardi di euro a 3,3 miliardi, con un aumento di 600 milioni solo tra il 2023/24 e il 2024/25. Gli oltre 3 miliardi di euro di premi, poi, sono per lo più destinati alla Champions League, quasi 2,5 miliardi, mentre a Europa League e Conference League sono andati rispettivamente 564 e 285 milioni, oltre ai 9 milioni per la Super Cup. Nell’arco dei 9 anni citati prima, i premi per la Champions League sono quasi raddoppiati, da 1,4 miliardi a 2,5 miliardi, e in particolare nell’ultima stagione è cresciuta la fetta dei premi destinati alla nuova fase campionato introdotta dal format svizzero, da 274 milioni nella stagione 2023/24 a 526 milioni nella stagione 2024/25. La quota più importante, nello specifico 1,5 miliardi, resta destinata alla sola partecipazione al torneo. La qualificazione alla Champions, infatti, già da sola vale ai club la cosiddetta quota di partenza fissa, a cui si aggiungono i bonus di performance legati a vittorie, pareggi e passaggi di turno, e il cosiddetto “value pillar”, il terzo pilastro economico del nuovo ciclo che ha unificato i precedenti concetti di market pool e ranking storico, calcolato sul valore dei diritti televisivi nazionali e globali dei club. Guardando a questo sistema di distribuzione e ai numeri poc’anzi citati, è facile immaginare che per alcuni club europei arrivare agli ottavi o ai quarti di finale vuol dire, solo con i premi, generare ricavi superiori a quelli prodotti da intere stagioni di campionato nazionale. Ricavi a cui poi si aggiungono gli introiti indiretti della partecipazione: visibilità internazionale, crescita del valore commerciale, aumento delle sponsorizzazioni, ricavi degli stadi e un generale incremento del valore di mercato dei giocatori parte della rosa. Così strutturata, la Champions League, oltre a essere il principale torneo sportivo europeo, è anche il centro economico del calcio europeo: i club che vi partecipano beneficiano in termini economici e, di conseguenza, in termini di competitività sul lungo periodo.

I club europei costruiscono ormai i bilanci sulla Champions

Non sorprenderà che, dunque, molti club, stante l’importanza economica della Champions League, ipotizzino i propri bilanci proprio sulla qualificazione annuale al torneo. La partecipazione, infatti, può influenzare indirettamente strategie finanziarie e sportive delle società, acquisizioni, stipendi, investimenti infrastrutturali e finanche rinnovi contrattuali. Partecipare alla Champions garantisce in prima battuta prestigio ma sul lungo periodo permette di programmare con maggiore stabilità. Questa dinamica è evidente se guardiamo ai club di Serie A. L’Inter, ad esempio, è tra i 10 club europei che hanno incassato più premi UEFA tra la stagione 2020/21 e la stagione 2024/25, precisamente 416 milioni, il 21% del fatturato totale del club.

Il club che ha incassato più premi in assoluto è il Real Madrid, 603 milioni, con un impatto del 14% sul fatturato, mentre i club inglesi come Liverpool e Chelsea (che hanno incassato rispettivamente 309 e 308 milioni) hanno avuto un impatto del solo 11% (ricordando che la Premier League è il campionato europeo più redditizio). Solo il Borussia Dortmund e l’Atlético Madrid, con premi rispettivamente di 437 e 404 milioni di euro, si avvicinano per percentuale all’Inter, con un impatto sul fatturato del 20% per il club tedesco e del 19% per il club spagnolo, mentre gli altri in top 10 si tengono tutti sotto la soglia del 15%. Tra gli altri club italiani, la Juventus ha incassato 238 milioni (a cui si aggiungono 10 milioni per l’Europa League per il 14% del fatturato), il Milan 241 milioni (a cui si aggiungono 22 milioni per l’Europa League per il 15% del fatturato), ma il caso più significativo è quello dell’Atalanta il cui incasso totale (151 milioni dalla Champions, 41 milioni dall’Europa League e 4 milioni per la Super Cup del 2024) ha segnato il 31% del fatturato totale della società. Per questi club dunque, oltre a Napoli, Lazio, Roma, Fiorentina e Bologna, le partecipazioni europee hanno permesso negli anni di sostenere monte ingaggi più elevati, di mantenere competitività e, soprattutto, di rispettare gli equilibri finanziari richiesti dalle normative UEFA. Rimanere fuori, al contrario, comporta grossi tagli ai costi e importanti ridimensionamenti, con effetti diretti sulla continuità e sulla qualità dei progetti sportivi, favorendo esoneri rapidi degli allenatori e cessioni dei top player.

Più soldi UEFA, più divario tra i club

Man mano che i premi UEFA aumentano (a un ritmo vertiginoso), si fa più evidente la polarizzazione del calcio europeo, economica prima e sportiva dopo. I club che partecipano alla Champions League si configurano sempre di più come parte di un’élite con vantaggi economici, tecnici e commerciali specifici difficili da raggiungere per chi rimane fuori dalla competizione. Questa dinamica crea due circoli viziosi difficili da spezzare: da una parte i club che partecipano alla Coppa in modo continuo attraggono sponsor sempre più importanti, investono su infrastrutture sempre più moderne, costruiscono e mantengono rose sempre più competitive; dall’altro i club che non si qualificano continuano ad arrancare e, di conseguenza, a mancare la qualificazione. Se a questa distanza tra qualificati e non qualificati aggiungiamo anche le profonde differenze economiche tra i campionati nazionali, e quindi la distanza economica ad esempio tra un club italiano e un club inglese, è ancora più evidente che questa forbice è destinata ad allargarsi progressivamente stagione dopo stagione. Il risultato è una gerarchia quasi del tutto rigida che rischia di consolidarsi in modo sempre più marcato, un calcio che si avvicina sempre di più a un sistema dominato da una ristretta cerchia permanente.

Come i ricavi UEFA alimentano la pressione del risultato immediato

Non ci sono dubbi che la centralità economica della Champions League, o meglio l’impatto che una qualificazione può avere su una società, è uno dei fattori che alimentano quella cultura dell’immediato di cui abbiamo già parlato e che sembra ormai parte della cultura calcistica contemporanea. La necessità di qualificarsi, infatti, influenza il calcio giocato. Le strategie sportive sono elaborate proprio a partire da questo bisogno, con gli effetti che ormai conosciamo, allenatori esonerati dopo pochi mesi, progetti tecnici interrotti, mercati aggressivi fondati su acquisti e cessioni continue. La qualificazione alla Champions League è ormai diventata il metro con cui si misura il successo o il fallimento di un’intera stagione. In Serie A, ad esempio, la vittoria dello Scudetto vale 19 milioni di euro, quasi quanto la sola qualificazione in Europa garantita ai primi quattro posti della classifica che vale 18,62 milioni. Lo Scudetto resta il massimo prestigio sportivo. Entrare tra le prime quattro, però, è il vero obiettivo economico dei club.

Il campionato italiano, dunque, nasconde una pressione finanziaria che lascia ben poco spazio alla progettualità e alla continuità tecnica, diventata un lusso per pochi.

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